Pinocchio e l’economia

Ho letto Pinocchio. Non è stata una seconda e più matura lettura dopo quella durante l’infanzia, ma la mia prima lettura di Pinocchio, il classico della letteratura mondiale di Carlo Collodi. Alcuni aspetti mi sono sembrati molto interessanti e forse poco dibattuti.

Leggendo Pinocchio è facile intuire che il romanzo è uscito a puntate (sul “Giornale per i bambini” tra il 1881 e il 1883).  Infatti sono molte storielle inserite per dare ritmo e movimento alla vita avventurosa del burattino, ma che sembrano restare lì, galleggianti in mezzo alle altre vicende più compiutamente costruite. Anche il finale sembra l’indegno finale moralistico di un romanzo a puntate. Tutto il resto, però, colpisce positivamente, a partire dalla capacità di Collodi nel creare personaggi, vicende e immagini entrate a far parte del patrimonio culturale e immaginario mondiale.

 

Pinocchio

 

Ciò che però mi ha colpito molto della vicenda del burattino è il primo terzo del libro, almeno fino all’incontro con il gatto e la volpe e il dialogo tra Collodi e un Pinocchio che in queste pagine sta iniziando a crescere.

Nel capitolo 7 Pinocchio brucia distrattamente i suoi piedi di legno addormentandosi davanti alla brace. Essendo un burattino di legno ci si aspetterebbe che sappia già che deve star lontano dal fuoco, usare insomma quello stesso istinto che gli permette, già appena nato (o creato), di suonare il campanello e di fare molte altre cose senza averle mai imparate. Da questo si può notare la grande umanità che Collodi, sin dalle prime pagine, dona al burattino: sa fare cose “umane” che nessuno gli ha mai insegnato, ma non sa fare ciò che ci si aspetterebbe da un burattino. Infatti lo stesso Geppetto – il quale nel capitolo 2 voleva creare un “burattino meraviglioso che sapesse ballare, tirare di scherma e fare salti mortali con cui girare il mondo” e guadagnarsi da mangiare – già nel capitolo 8 lo invita ad andare a scuola come tutti i ragazzi. Forse perché si era accorto che Pinocchio non era un burattino? Probabilmente perché Collodi si era accorto che Pinocchio non poteva essere soltanto un burattino: aveva già preso nella sua fantasia un posto che non era quello attribuitogli da Geppetto, il suo creatore artigiano.
Pinocchio però torna ben presto un burattino, forse perché così è nato.

Al teatro dei burattini di Mangiafoco, tutti gli altri burattini lo riconoscono e lo salutano vivacemente senza presentazioni. Pinocchio è uno di famiglia, come se già avesse lavorato in teatro. È ancora un personaggio di legno, un burattino, ma in sé ha un istinto morale che gli permette di salvare i suoi simili e se stesso dalla morte, con molta passione e ingegno. Non userà lo stesso ingegno con il gatto e la volpe, dove invece dimostrerà tutta la sua ingenuità di uomo.

 

pinocchio_cover

 

La vicenda del gatto e della volpe è ben nota e non serve raccontarla nuovamente. Nella vicenda, al di là dei personaggi vivi e dei luoghi suggestivi, tutto ruota attorno al denaro e alla possibilità dello stesso di moltiplicarsi miracolosamente.
Vien da chiedersi come sia possibile che quel denaro ottenuto dall’abilità di Pinocchio nell’intenerire Mangiafoco (quindi un burattino che stimola il cuore di uomo, per quanto mostruoso) e destinato sfamare la famiglia, possa finire nelle grinfie del gatto e della volpe. Non tanto perché i due animali sono furbi ed escogitano un piano per derubare Pinocchio di notte vestiti di sacchi scuri come comici ladri, ma perché riescono a far credere a Pinocchio che il denaro possa moltiplicare miracolosamente e senza impegno. Pinocchio accetta tutto da loro perché si illude di questa possibilità. E ciò che colpisce ancora di più è che i due malviventi sanno già che Pinocchio si farà abbindolare da loro e dalla proposta miracolosa, ma non sanno quanto sarà dura derubarlo. Insomma, il ragazzo-Pinocchio ha le abilità del burattino (piedi duri per tirare calci e corsa infaticabile) ma il burattino-Pinocchio non ha ancora le abilità del ragazzo. Pinocchio infatti non sa far di conto, non ha quindi quelle basi che tutti gli uomini dovrebbero avere per costruire la propria vita, trovare lavoro, guadagnare e gestire una famiglia. Forse si tratta di abilità che neanche Geppetto possiede e che Pinocchio dovrebbe avere invece che girare il mondo come burattino, come il suo creatore aveva desiderato. Infatti, per Collodi questo è il Geppetto che Pinocchio racconta a Mangiafoco.

Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò:
Come si chiama tuo padre?
Geppetto.
E che mestiere fa?
Il povero.
Guadagna molto?
Guadagna tanto quanto ci vuole per non avere mai un centesimo in tasca. […]

Ed è da questo evento che Pinocchio avrà le monete che il gatto e la volpe vorranno rubargli.
Pinocchio non è ancora un uomo economico, non sa cosa sono i soldi, magari pensa che siano beni come conigli o galline, da difendere e basta, ma ha già una morale che, purtroppo, viene meno perché il giovane non ha competenze, non sa “far di conto”. E in ciò è facile riscontrare il timore dell’Italia contadina post unitaria di fine Ottocento verso l’investimento e la finanza. Ma se è vero questo, allora è anche vero che siamo tutti un po’ pinocchi ingenui che si lasciando abbindolare dai vari gatti e dalle varie volpi. E da qui il valore della scuola e della formazione. Pinocchio, vai a scuola!

Il peccato di Pinocchio non è quello di non dare i soldi al padre o di non difenderli, ma quello di non saper far di conto, quindi non sapersi difendere da una possibilità che a lui sembra ideale e realizzabile solo perché così gli viene narrata, ma che in realtà è folle e nasconde la disgrazia.

In questo la morale che ci propone Collodi è molto economica, razionale, progettuale e guarda al futuro di una identità di divenire, quella di Pinocchio, che sono le tante identità che stanno crescendo in Italia: i suoi cittadini. Ma in questo, è sempre la bontà che deve guidare ogni altra azione e non l’avidità e la lussuria.

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